Resistere alla tentazione di confondere le patologie sociali con un disagio psichico individuale è già un primo passo verso la cura. Nostra e del mondo che abitiamo.

di Federico Levy – articolo apparso per la prima volta su www.benessereitalia360.it il 10 luglio 2018

Una certa inquietudine si avverte diffusamente nell’aria. È, questa, l’epoca che chiamano della crisi. In cui tutto è messo in discussione e si percepisce la mancanza di argini, di istituzioni, di prospettive.

Un’epoca, per dirla alla Bauman, “liquida”. Nel senso — chioserei — della “liquefazione” della dignità umana e dell’ordine sociale.

L’epoca della crisi è un’epoca di precarietà lavorativa ed esistenziale, di percezione diffusa d’insicurezza e minaccia. Di complottismi e di esercizi del sospetto costanti. Di vecchi disorientati e di figli disoccupati. Un’epoca in cui sopravvivere è una lotta; vivere, un lusso; vivere bene, un miraggio.

Significati e scopi si adeguano al sistema di produzione e consumo e quasi ogni forma di relazione umana sembra mediata dalla filosofia del do ut des. In qualche caso perfino la superficie del proprio corpo è utilizzata come un cartellone pubblicitario.

Identità e prostituzione cognitiva

Col dilagare del capitalismo l’Italia ha abolito le case chiuse e intanto la prostituzione, corporale o cognitiva, è un costume sociale sotto il cielo aperto. L’identità personale è concepita come un esercizio di comunicazione professionale secondo un concept e uno stato calibrato di messa in vendita di se stessi.

L’epoca della crisi è epoca di ignoranza e d’incultura dilaganti, di roboante assenza di figure autorevoli e di nessun amore per la cultura e per la civiltà.

Un’epoca temporalmente frantumata, dove a un futuro sfuggente e opaco corrisponde una quotidianità velocizzata e “pressante”. Il tempo libero, e di realizzazione personale, viene eroso dalla sensazione di avere sempre “qualcosa da dover fare”, un problema impellente da risolvere come questione di vita o di morte.

Un’epoca in cui, per dirla citando un murale che campeggia tra le zone di uffici amministrativi universitari della Capitale, «di lavoro si muore perché di precarietà si vive».

La crisi non è un fatto privato

Il benessere pare direttamente proporzionale all’ostinazione a non guardare dritti in faccia i connotati esistenziali della deriva sociale. L’anelito frequente è a investire in svaghi per dimenticarsi di sé e della propria condizione.

Se razzismo e omofobia dilagano è perché la paura del diverso non ha solo a che fare con l’intolleranza o il nazionalismo. Il sentimento del migrante come nemico e minaccia nasce da una difesa interiore. Il barcone di disperati che non riusciamo ad accogliere — nella mente e nel cuore ancora prima che nelle politiche pubbliche — è simbolo della nostra incapacità di vedere e ammettere.

La crisi parla a ognuno in maniera diversa, perché ci cattura in maniera diversa. Tuttavia è dannoso coglierne unicamente l’aspetto personalistico, incapsulandola in noi come un fatto del tutto “privato”.

Nei termini e nel linguaggio della psicologia sociale diremmo che il Disturbo d’Ansia Generalizzato classificato dal DSM-5 è ormai la colonna sonora dei sistemi di relazione.

Se l’effetto si confonde con la causa

Occorrerebbe prendere veramente coscienza, quindi, della reale dimensione di quell’aggettivo, “generalizzato”, con il quale gli psichiatri pensavano di aver colto solamente una nuova dimensione del malessere individuale.

Scorgere la dimensione sociale dell’ansia rispetto a quella individuale è più difficile. Tanto più che all’aumentare dell’ansia aumenta anche la tendenza a chiudersi in se stessi e, quindi, il senso di solitudine che accresce quello d’angoscia. In questo modo la patologia, di origine sociale, si manifesta come un disagio psichico individuale, e per di più è la persona stessa a comprenderla in questi termini.

Nell’epoca della crisi costantemente scambiamo l’effetto per la causa. Ma se il problema è anche e in buona sostanza “ambientale”, a essere inquinate sono la nostra visione e l’esperienza del mondo. Sembra allora che per sfuggire all’effetto panico di massa da topi in trappola sia indispensabile smettere di pensare e tarare al ribasso il grado qualitativo dei nostri livelli di lucidità.

No Truth, no Happiness!

Diciamolo con coraggio: “essere felice” o “stare bene”, di per sé, non è sufficiente a garantirci dignità! Occorre equilibrare benessere esistenziale e lucidità sulla condizione umana.

Perché non esiste essere senza verità e verità senza essere.

In un noto saggio di qualche anno fa — L’epoca delle passioni tristi (2003) — gli autori Benasayag e Schmit sottolineavano come all’interno di una società profondamente malata l’idea della cura non potesse essere un fatto esclusivo della mente personale. La terapia individuale non guarisce da una società ingiusta così come le formule politiche non liberano dal disagio esistenziale.

Certamente ognuno di noi può continuare a inseguire i sintomi dell’inquietudine in un recondito trauma represso o in una carenza psicoattitudinale, e magari porsi alla ricerca di un terapeuta o di una ricetta liberatorii. Eppure nulla capiremo del disagio del singolo, né della società ingiusta, se non interrogandoci sulle commessure tra la condizione interiore e quella collettiva.

Verso una filosofia “orientata alla vita”

Smettiamo, dunque, di concepire il problema del “benessere interiore” unicamente dalla prospettiva del nostro ombelico psichico biografico!

La situazione familiare, gli affetti e le relazioni, e, in una formula filosofica sintetica, le condizioni di possibilitàconcrete della nostra vita sono fortemente condizionate dal modo con il quale concepiamo, organizziamo e perpetuiamo le modalità reali di convivenza umana.

Solo una scuola di filosofia pratica orientata alla vita rimetterebbe insieme i pezzi che artificialmente le discipline e le professioni dividono. Per far circolare strumenti interpretativi e di coscienza concreti atti a difendere ciò che resta della nostra «umanità in tempi bui», a dirla con laArendt.

Di maestri ce ne sarebbero. Meglio se molto antichi. Ché in altre epoche si vedevano nitidamente elementi dell’umano oggi più oscuri da comprendere.

Platone, per esempio, insegna come nessuno quanto l’anima sia specchio della polise quanto il benessere dell’una sia connesso a quello dell’altra.

Prendersi cura: una forma di terapia

Il dentro è una piega del fuori, esplicita Deleuze. E che ciò che siamo è associato a ciò che “vediamo”. Non è solo una questione morale o psicologica bensì un vero e proprio fatto ontologico.

Nell’insegnamento platonico consiste la grandiosità della sua idea di giustizia: il punto di articolazione tra l’interiore e l’esteriore, tra il politico e lo psicologico.

La cura della dimensione filosofica ed esistenziale e del legame di senso che ci tiene ancorati alla spiritualità degli uomini e delle cose riguarda tutti.

Forse così diventa possibile concepire una rifondazione della ricerca di senso e di benessere anche in tempi di crisi. In un esercizio costante della lucidità e nell’accettazione della fragilità umana che ci caratterizza e ci accomuna e che la Consulenza Filosofica avvia e favorisce.

Prenderci cura degli altri e del mondo è la principale forma di terapia che dobbiamo a noi stessi.

Bibliografia

Arendt, L’Umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing, Raffaello Cortina Editore, 2006;

Benasayag, Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2003;

Platone, Repubblica.

 

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